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Quelli che… com’è possibile che a trent’anni tu non abbia né un marito né un fidanzato?

Quelli che… non ti ho ancora trovato una casa, però volevo dirti che sei proprio carina.

Quelli che… non ti affitto l’appartamento perché sei una donna sola e quando perderai il tuo lavoro precario non avrai un uomo che ti mantenga.

Quelli che… se non hai un posto dove andare, puoi venire a casa mia e mandiamo mia moglie in campagna.

Quelli che… preferisco affittare la casa a una ragazza sola, perché altrimenti ti capitano delle coppie con strane abitudini (segue occhiata allusiva).

Quelli che… preferirei conoscere i tuoi genitori.

Quelli che… le case sono come le mogli: alla fine si sceglie la meno peggio.

Quelli che… tanto ti basta un letto singolo, no?

Quelli che… anche se non vuoi vivere nell’appartamento mi piacerebbe invitarti una sera a bere qualcosa.

Quelli che… anche se adesso sei sola, lo rimarrai ancora per poco se vieni ad abitare in centro.

Quelli che… ti bacio.

Quelli che… ti sei arrabbiata perché ti ho scritto che ti bacio?

Quelli che… devi essere veramente arrabbiata visto che non rispondi ai miei messaggi.

Quelli che… in trent’anni di onorata carriera non mi era mai capitato di venir rifiutato così.

Quelli che… e poi qui di fronte abita un medico di trentacinque anni single (seguono gomitata e strizzata d’occhio).

forse è stata la lepre.
mi ha tagliato la strada, di notte, sfrecciando davanti alla mia auto con un faro non funzionante. quattro balzi e si è infilata di nuovo nel buio.
forse è stata la lepre, con il suo simbolismo elementare, a tracciare questa ingombrante linea di confine tra il non potuto e il non voluto.
non ho compreso il segno, non ho fissato la regola. non sono servite le notti con la luce accesa, le giornate d’ebbrezza triste e le distanze autoinflitte.
eppure la natura non si sbaglia. l’errore sta sempre nell’occhio dell’aruspice. la lepre parlava, ma quella sera io non l’ho sentita.

Lui: «Non vedo l’ora di avere dei problemi veri. Tipo che mia morosa ha la vagina secca».

Io: «Te ne presto un paio dei miei se vuoi».

Lui: «No, sono troppo grossi quelli».

Io: «Ahaha».

Lui: «A meno che non ti riferisci alla secchezza vaginale».

Io: «Anche quello è un bel problema»

Lui: «Si ma è piu alla mia portata».

Io: «Vuoi solo problemi che si risolvano con una pomata, insomma»

Lui: «Ahah, sì, pomata e massaggi».

Io: «Io vorrei solo problemi che si risolvano con una vaschetta di gelato da mangiare davanti a un telefilm. Tipo l’anoressia»

Lui: «Ahahah. Madò».

Io: «Madonna che cinica del cazzo».

Lui: «Finirai all’inferno».

Io: «Un’altra volta?»

Le ragazzine e io. Gomito a gomito sotto il palco della discoteca di provincia. Qualcuna di loro mi guarda compassionevole, come guarderebbe la propria madre se si fosse presentata lì nel locale con gli occhi bistrati e il margarita nel bicchiere. Avranno dieci anni meno di me come minimo, ma è meglio non pensarci. Le ragazzine non mi piacciono, è ovvio, perché hanno molto più diritto di me di stare lì, di emozionarsi fino a lasciarsi diventare gli occhi lucidi, di fare tutte quelle cose da ragazzine che io non faccio più. Non facevo più. Prima di incontrare lui, Vasco Brondi da Ferrara, poco più di vent’anni e un cespuglio di capelli neri a incorniciargli il viso bambino e due occhi che ti si appiccicano addosso come pece. Prima di imbattermi nella Centrale elettrica con il suo urlo sussurrato, che nel momento più tragico dei miei trent’anni mi ha tenuto la testa in grembo accarezzandomi piano i capelli. Così non provo alcuna vergogna mentre cerco di intercettare la traiettoria ondivaga dello sguardo di Vasco Brondi da Ferrara e gli sorrido complice nel sentirgli citare Bene di De Gregori, perché nessuna di quelle ragazzine coi fianchi stretti sa dei fiori nella vasca e di una canzone che ha cantato altre perdite, in altre province, un’altra vita fa. 

A mezzanotte dormivo.

Quest’anno per me è finito tre mesi fa, portandosi dietro tutti gli anni precedenti. Ho lasciato in sospeso molte cose da allora, e non parlo solo dei panni sporchi e dei conti. Ho seppellito tutto sotto una coltre di lavoro parossistico e pessime abitudini, desideri di cartone e aneliti di umanità non corrisposti. E ho inserito un pilota automatico di sorprendente precisione che, proprio mentre dentro di me tutto implodeva, ha messo in piedi alcune faccende che un tempo avrei chiamato progetti. È una buona cosa. Oggi tutto quello che mi inchioda alla realtà è una benedizione. Così come sono una benedizione le altre persone. Ci sono voluti trent’anni per accorgermene, ma sono sempre stata un po’ lenta. 

“Non vogliamo fare la fine di quegli infelici”. Il fidanzato ha ragione, non vogliamo.

Buon anno a tutti, forse torno.

Io la capisco, la Fra. Lui è dolce, timido, ingenuo, e le è devoto come il più fedele dei quattrozampe. Ha tante buone qualità, lo sappiamo, e tra queste rientra certamente il fatto di essere un bel giovanottone (non c’è niente da fare, il termine “uomo” non gli si addice proprio), con tutti quei riccetti e gli occhioni da cucciolo e un modo di parlare che mette il buon umore… E poi lui la ama follemente: l’ha riaccolta dopo un tradimento doloroso e umiliante, con tanto di baci a Formentera in copertina proprio mentre lui dai palchi di mezza Italia le cantava Ti sposerò (“Passeranno gli anni, cambierò colore, ma io son sicuro che saremo ancora noi due come l’asino ed il bue…” mai paragone faunistico fu più calzante).

Insomma, non mi permetterei mai di giudicare le scelte di una donna lungimirante come la Fra, che a quarant’anni suonati e con una bambina sceglie di mettere le sue certezze nero su bianco e ha il buon gusto di farlo senza fotografi, senza politici invitati (vabbè, fatta eccezione per Veltroni, ma non sarà mica un vero politico?) e con addosso la camicia da notte di sua nonna.

Però mi chiedo come potrà farsi bastare per la vita che verrà soltanto una languida canzone d’amore (per giunta scopiazzata) dopo essere stata tenuta tra le braccia dall’irresistibile negazione vivente del teorema sonciniano sugli intellettuali di destra.

ma noi un tempo ci amavamo

Siccome questo blog è preda di una deriva patetico-esistenzialista a cui bisogna a tutti i costi porre un freno, vorrei sottoporre ai miei gentili lettori una questione che mi ha tormentato insistentemente la scorsa notte, dopo aver letto l’outing dignitosissimo e coraggioso che la povera vittima di questo squallido affaire ha fatto sul suo glitterato blog: ma come si fa a preferire un untuoso fricchettone artistoide come Raz Degan alla solidità maschia e un po’ retrò di Pietro Taricone? Kasia, ti prego, ripensaci prima che lui ti costringa a rendere pubblici i filmini delle vacanze e ne parli in tv chiamandoli cinema sperimentale.

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