Tra gli attori italiani, nutro una predilezione per Fabrizio Gifuni. Probabilmente dipende dal fatto che l’ho visto nudo (a teatro, nel Cadavere lunghissimo), e non è che di uomini nudi io ne abbia visti poi tanti, nemmeno accidentalmente, ché l’educazione cattolica poi rinnegata mi fa comunque abbassare lo sguardo. Invece lui l’ho guardato proprio. D’altra parte era uno spettacolo, si trattava di finzione, poco distante da qualsiasi sedere visto in digitale o su pellicola. Eppure, sebbene diegetico, quello di Gifuni era un sedere vero, e anche tutto il resto. Non mi soffermerò sulla descrizione, non è questo il punto. Il punto è che da quel momento, ogni volta che m’imbatto nei suoi monologhi (com’è accaduto ieri sera in Non fate troppi pettegolezzi, reading dedicato a Cesare Pavese con l’impagabile Cesare Picco), mi sento in imbarazzo. È vero, è diventato un bravo attore, ha imparato a giocare di più con il viso e il corpo, e ha scolpito anche la voce. Mantenendo però sempre un basso profilo, fatto di abiti dimessi, di sorrisi regalati, di umiltà nel raccontarsi. Eppure anche ieri sera, nel buio della piazza rischiarata solo dalle stelle, io sono arrossita come una ragazzina.
(nel titolo, Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, 3 agosto 1937)
Noi ragazze dall’educazione cattolica poi un po’ rinnegata ti capiamo.
Solidarietà alla gota arrossata.
forse, tra i tanti lasciti dell’educazione cattolica, questo è il meno preoccupante.
io trovo che arrossire sia uno splendido segnale di sanità.
m a comunque, il tuo fidanzato è minimamoralia?!
ebbene sì. è grave?
Beh, dipende dai punti di vista.
(Sto ridendo e mi spiace averlo maltrattato)