Ricordo una serata estiva in campagna con le amiche di sempre, trascorsa a prendere in giro una di loro perché in quel periodo era impazzita per Cesare Cremonini. Era l’estate del 2000, quella di Qualcosa di grande, e io che avevo una discreta familiarità con i cantautori italiani avevo tutto il diritto di sfanculare quell’adolescente canzonettaro in pieno delirio ormonale e di onnipotenza. E poi dagli amici bolognesi arrivavano solo gossip di bassa lega su di lui che stava con la sorella di quella ma l’aveva tradita con l’amica del fidanzato di quell’altra. Insomma, troppo (luna)pop per essere credibile.
Quando ha scaricato tutta la band (fatta eccezione per il fido Ballo) adducendo motivazioni del tipo “non sapevano gestire il successo”, ho pensato che Cremonini fosse un po’ stronzo. D’altra parte, ammettiamolo, congedare quei ragazzoni di provincia era l’unico modo per ripulirsi e levarsi di dosso quell’appiccicosa etichetta di cantante per ragazzine con l’apparecchio. E Cesare effettivamente cambia registro: ancora piuttosto pop, ma con maggiore ironia, e sempre più Latin lover. E poi al piano si comporta bene, perché ha studiato e perché sa che non c’è niente meglio di un piano per riscattarsi da anni di Vespa Special.
Fino a quando, nel 2005, arriva Maggese, girato negli studi di Abbey Road. Cremonini ha venticinque anni e ha finalmente imparato a curare gli arrangiamenti e a sussurrare i testi, e si vede che per questo album ha studiato alla scuola dei Beatles, di Dylan e dei cantautori nostrani. Questa volta è amore. Per il titolo evocativo e pieno di speranza, per Marmellata#25, celebrata nell’immortale Estate del mio discontento della Soncini, e soprattutto per Sardegna, molto più degregoriana (e più bella) di gran parte delle ultime canzoni di De Gregori. E perché Cesare è diventato uomo, e anche discretamente figo.
Così l’ho aspettato. Ho atteso con fiducia e pazienza che questo maggese ritornasse a dare vita a un seme.
Il seme si chiama Dicono di me. Fingerò che il suo autore non l’abbia definita “una canzone contro i pregiudizi”, e non ascolterò A. che l’ha bollata come “l’inizio ufficiale di una inarrestabile discesa”. Sorvolerò persino sul fatto che l’unico commento positivo che io abbia fatto sulla canzone sia stato “orecchiabile”. Perché io in Cesare Cremonini credo ancora e “una stupida frase da dire davanti a un caffè” capita a tutti di dirla. O di farne un singolo.
Cesare è un grande e lo rimarrà sempre…ho ascoltato il cd nuovo…credetemi,è ankora lunga la strada di grandi successi x lui!