Lo so, dovrei parlare del concerto di ieri sera o della sortita odierna dei miei con annesso pranzo delizioso consumato nei dintorni di Parma, oppure fare una cronaca della trasferta in terra natia, e magari passare in rassegna nomi cose persone. Per non parlare del lavoro, che dopo mesi di torpore mi gira intorno alla velocità della luce con colloqui, promesse, smentite, proposte, controproposte e impegni quasi solenni. E mi riprometto di farlo nei prossimi post, perché ce ne saranno, contrariamente a quanto insinua qualche malpensante.
Eppure in questo istante riesco a parlare soltanto di Studio 60, gioiellino in ventidue episodi creato dal geniale Aaron Sorkin di westwinghiana memoria. Dopo una pausa forzata ho ricominciato a frequentare il mondo di Matt e Danny e ne sono sempre più invaghita. Perché è un capolavoro di sceneggiatura, i personaggi sono tridimensionali e amabili, e i dialoghi sublimi. Perché la costruzione classica ma non classicheggiante è solida, coinvolgente, perfetta. E poi per l’uso del flashback impeccabile, il gusto del retroscena e l’inaudita profondità nel ragionare sulla società dello spettacolo. E soprattutto perché una storia che sa fare ridere e piangere senza mai servirsi di artifizi ed emozioni facili non può essere che una grande storia.